L'Insolente Costruttivista

Marketing e psicoterapia: la discussione è aperta

L'Insolente Costruttivista
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Qualche tempo fa sulla pagina online del New York Times mi sono imbattuta in un interessante articolo scritto da una collega psicoterapeuta americana. Nell’articolo, intitolato “What brand is your therapist?”, Lori Gottlieb racconta in maniera molto onesta e autoriflessiva la questione che ogni neo psicoterapeuta contemporaneo si trova ad affrontare: rendere il nostro lavoro un’attività redditizia e che al tempo stesso mantenga la sua integrità etica e professionale. Spesso, tra i professionisti della psicoterapia, “marketing” è quasi una “brutta parola”, che evoca immagini di corporation senza volto votate al profitto. Ma se la psicoterapia si è decisamente evoluta in qualcosa di diverso da quella praticata più di un centinaio di anni fa, anche il “marketing”, o in altre parole “farsi pubblicità” ha assunto significati più ampi, con sperimentazioni di successo anche nel campo del no profit.

In un mondo in cui il tempo è diventato una risorsa preziosa quanto il denaro, ed entrambi sembrano scarseggiare sempre di più, è irrealistico pensare che lavorare come psicoterapeuti equivalga ad attendere semplicemente che i pazienti bussino alla nostra porta. Ma allora, come è possibile promuovere la propria pratica senza diventare dei meri venditori con un buono slogan? Gottlieb racconta di aver cercato la consulenza di Casey Truffo, specializzata nel’aiutare giovani terapeuti:  “Non riuscivo a immaginare di assumere un consulente di branding per attirare la gente verso il mio studio. La psicoterapia è forse una delle poche attività commerciali che non si vede come tale, che vede il lucro come disdicevole essendo collegata ad un delicato lavoro di comprensione emotiva. Inoltre, il nostro campo si basa su concetti rigorosi come autenticità, riservatezza e confini tra terapeuta e paziente. Branding è l’antitesi di quello che abbiamo sempre fatto.” In maniera, oserei dire molto costruttivista, Gottlieb continua raccontando la sua prima esperienza di branding in psicoterapia, sollevando molteplici dubbi e questioni etiche e (ahinoi!) senza naturalmente arrivare ad una conclusione: le domande sono molte più che le risposte e la questione resta aperta.

L’importante, credo, è che di marketing e psicoterapia si cominci a parlarne con onestà intellettuale, audacia e spirito di sperimentazione. Senza dimenticare l’altro grande tema dal quale non possiamo più tirarci indietro: social network e nuovi media. Anche in questo caso, la soluzione non sta sicuramente nel fingere che non esistano e che le persone (e noi stessi come psicologi e psicoterapeuti) non le usino. La domanda è piuttosto, in quale maniera possiamo assumerci la responsabilità di prendere una posizione rispetto a questi temi e portarla avanti nei nostri setting terapeutici?

A voi la palla!

Questo il link dell’articolo originale

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