L'Insolente Costruttivista

L’errore del sushi

L'Insolente Costruttivista
Print pagePDF pageEmail page

Qualche giorno fa mi trovavo in un ristorante cino-giapponese che offre ai suoi avventori l’esperienza del kaiten, un nastro trasportatore su cui scorrono dei piattini contenenti varie pietanze: sta al cliente percorrere un proprio ciclo dell’azione per rendere la propria esperienza gastronomica il più soddisfacente possibile. Dopo una prima fase di circospezione in cui si osservano i vari piatti che escono dalla cucina, va operata una prelazione per scegliere quelli che si desidera mangiare, ed infine gustando il proprio piatto si soddisfa la fase del controllo, in cui decidiamo se l’esperienza è da ripetere oppure se è meglio passare ad altro.

Per me il pranzo con il kaiten è un’esperienza che soddisfa la mia aggressività (kelliana) mangereccia. C’è sempre l’occasione di provare qualcosa di nuovo, mai assaggiato prima, con una piacevole sensazione di anticipazione che  accompagna l’attimo prima di addentare un piatto fino a quel momento sconosciuto.


Per me il pranzo con il kaiten è un’esperienza che soddisfa la mia aggressività (kelliana) mangereccia. C’è sempre l’occasione di provare qualcosa di nuovo, mai assaggiato prima, con una piacevole sensazione di anticipazione che  accompagna l’attimo prima di addentare un piatto fino a quel momento sconosciuto.

Riflettevo, però, che questa mia esperienza a tavola è favorita dalla mia voglia di fare nuove esperienze gustative, senza troppo timore di brutte sorprese. Per me anche lo shock di un maki con una piccantissima salsa a base di wasabi così forte da curare anche un potente raffreddore, pur non particolarmente gradita, è comunque piacevole. Mi sono domandata come sarebbe stato il mio pranzo se non lo avessi affrontato con l’entusiasmo di andare alla scoperta di nuovi gusti: probabilmente sarei tornata a casa affamata, dopo un’ora di passiva osservazione di piatti in transito davanti a me.

Da questa considerazione sono “saltata” a pensare che quest’ultima modalità di percorrere il ciclo dell’esperienza è spesso utilizzata in altri ambiti, sia personali che lavorativi. La paura di sbagliare, specialmente quando ci si trova ad operare in aree professionali come la psicologia e la psicoterapia che nascono e si sviluppano nella relazione, è il peggiore nemico del cambiamento e della elaborazione. Uno spunto di riflessione su come bilanciare lo slancio verso nuove esperienze con la consapevolezza della responsabilità che un errore può significare un danno per la/le persona/e con cui lavoriamo, può trovarsi nell’errore amico.

L’errore amico (o Fehlerfreundlichkeit come era stato originariamente definito in tedesco) viene introdotto nel mondo scientifico dalla biologa cibernetica Christine von Weizsäcker. Nelle parole di Christine von Weizsäcker “l’idea di errore amico prende in considerazione sia l’idea della produzione degli errori, sia la tolleranza degli errori, e l’”amichevole” cooperazione tra questi due aspetti al fine di esplorare nuove opportunità” (von Weizsäcker, von Weizsäcker, 1998). In altre parole, l’errore fa parte dell’esperienza, senza gli errori (e l’anticipazione che questi facciano parte del nostro percorso) non ci piò essere evoluzione, si arresta il movimento e restiamo sempre uguali a noi stessi.

In che modo la costruzione dell’errore entra nella vostra vita personale o professionale? Condividete la vostra esperienza nella sezione commenti!

Share this

Leave a Comment

Devi essere loggato per poter postare un commento.