L'Insolente Costruttivista

Azzurro o rosa? La segregazione di genere nei giocattoli

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Andando a comprare l’uovo di Pasqua per mio nipote quest’anno mi sono soffermata di più a leggere le indicazioni sulle confezioni: uovo per “Lui” e uovo per “Lei”. Per i maschietti supereroi, costruzioni e automobili, per le bimbe bambole, fatine e trucchi, il tutto rigorosamente diviso tra azzurro e rosa. Ma che messaggio stiamo mandando esattamente ai nostri bambini? E quali sono le conseguenze di questa apparentemente innocente divisione?

Nel 2011 nel Regno Unito la neuropsichiatra Laura Nelson ha promosso una campagna affinché i negozi della catena Hamley (molto popolare oltremanica), togliessero dalle proprie corsie la divisione tra maschi e femmine e si limitasse a mantenere una segnaletica che desse indicazioni solo sui diversi tipi di giocattoli presenti. La campagna ha avuto successo ed ora altri negozi stanno continuando su questa strada.

Una adolescente statunitense, Antonia Ayres-Brown, dal 2008 sta conducendo una campagna contro Mc Donald’s, affinché la celebre catena di fast food distribuisca gli Happy Meal ai propri piccoli clienti chiedendo una preferenza diretta su quale giocattolo vogliano, e non se è per “bambino” o “bambina”. Antonia ha recentemente vinto la sua battaglia e McDonald’s si è impegnata a cambiare la propria policy di distribuzione dei giocattoli.

Ma si tratta semplicemente di campagne che mirano ad eliminare il sessismo, o si sta cercando di cambiare qualcosa di ben più profondo nella nostra cultura? Basti pensare a come viene trattato un bambino che predilige oggetti di colore rosa, al ben più virile azzurro. Viene generalmente immediatamente scoraggiato, magari anche ridicolizzato. E se questo non avviene in famiglia, con quasi certa probabilità riceverà questo trattamento a scuola, o dai vicini o dagli amici di famiglia. E la stessa cosa, ovviamente, succede per le bambine che vogliono avventurarsi nel mondo dei maschi.

Un caso che può sembrare banale ma che è certamente emblematico di come la società tratta i bambini (e i loro famigliari) che osano non conformarsi agli stereotipi di genere è quello di Shiloh Jolie Pitt, figlia delle superstar di Hollywood Brad Pitt e Angelina Jolie. La piccola, sotto i riflettori da ben prima di venire al mondo, nel 2011 ha cominciato ad essere vista in pubblico con un abbigliamento di solito associato al mondo maschile, e i biondissimi capelli tagliati à la garçonne. Scoppiò il caso: tutti parlavano della povera Shiloh, e di come i due genitori stavano rovinando la sua vita e il suo sviluppo futuro. La risposta fu tanto breve quando ovvia: “a lei piace vestirsi così”.

I giocattoli e gli esperimenti che i bambini fanno in tenera età sono fondamentali per la costruzione della propria identità, e non solo di genere e sessuale. E’ davvero sensato per la nostra società insegnare a metà della popolazione che fare un certo tipo di attività, amare un certo tipo di cose non è adatto a loro, e che se decideranno in futuro di farlo andranno incontro a pregiudizi e ridicolizzazione?

Sono gli adolescenti come Antonia Ayres-Brown che devono portare avanti la battaglia contro la segregazione dei generi, o siamo noi adulti e, soprattutto, noi professionisti che dobbiamo cominciare a fare sentire la nostra voce?

Il dibattito è ricco e appena cominciato, a voi lettori la parola sull’argomento.

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1 Comment to "Azzurro o rosa? La segregazione di genere nei giocattoli"

  1. Marco Ranieri

    maggio 5, 2014

    Tema che mi piace molto, lavorando coi bambini poi lo vedo messo in pratica spesso..in modo più allargato, nei continui tentativi degli adulti (genitori, insegnanti..) di indicare (costringere?) i ragazzini e le ragazzine a fare ciò che gli viene detto, senza spiegazioni del perché, cioè senza mettersi in gioco personalmente. e senza accogliere ciò che i giovanissimi scelgono di fare come un’espressione del loro modo di vedere le cose. mi viene in mente (non ricordo chi l’ha detto) che la prospettiva costruttivista cerca di trattare i bambini come degli adulti, nel senso che l’approccio credulo vale anche per loro..
    Qual è il confine tra il governare la loro esplorazione della realtà, di modo che sia per loro il più utile e “costruttiva” possibile, e l’imporre la propria visione della realtà di adulti, maturata nell’arco di decenni?

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